La tête dans les nuages...

... perchè ti tiene giù soltanto un filo, sai...

 

Di Me e dell’Invisibile


Posted: luglio 17th, 2015 | Author:
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L’essenziale è invisibile agli occhi
-
Antoine de Saint-Exupéry

Ele, mi chiede oggi il boss, ma tu come te la cavi con la programmazione?
Ridacchio fra i baffi chè boss, forse te lo sei dimenticato ma… io nasco programmatrice. Sviluppatrice ci son diventata per necessità quando mi son messa in proprio ma il mio primo amore è il PHP.
Voglio vedere come te la cavi, conclude, vorrei mi sviluppassi un piccolo gestionale per questo cliente yada yada yada…

Mi ha divertito fare la sviluppatrice per un po’, sentirmi dire “ohhh che beeeeello questo templaaaate” ma giusto pochi giorni fa stavo dicendo come la cosa mi stesse venendo a noia. Sempre le stesse cose, troppo bootstrap, cambi colore, disposizione degli elementi ma quello è. Zero sfida, zero ostacoli, zero creazione.
Poter tornare al lato “oscuro” del codice mi procura gioia allo stato puro. Anche un po’ di ansia se devo dirla tutta, dal momento che dovrò riprenderci pesantemente la mano, ma sono contenta.
Ho avuto, nel corso degli anni, dozzine di colleghi stupiti dal fatto che non amassi la grafica. Sei una donna, ribattevano quasi risentiti, non puoi esaltarti per uno script in bash, DEVI essere più orientata al front-end che non al back-end.

Buffo come anche il mio lavoro rifletta il mio amore per ciò che non si vede, per ciò ch’è dietro e fa funzionare il tutto, per ciò che la gente non sa che è lì ma che tira i fili da dietro le quinte e permette a ogni cosa di essere nel posto giusto al momento giusto.

A fare una cosa *carina* son capaci tutti. A fare una cosa utile, facile, veloce e funzionale no.
I complimenti per la scelta dei colori e dei fonts li lascio a chi li trova gratificanti.
Io, dal mio, trovo gratificante sapere che, quell’”essenziale invisibile agli occhi“, non solo lo vedo ma lo creo.

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Repost del 12.07.2005?


Posted: luglio 15th, 2015 | Author:
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Tu non lasci spazi, cazzo! Nessuno.
Sono passati dei giorni ormai e ancora non riesco a togliermi dalla mente questa frase. Io non lascio spazi. E’ questo che mi ha urlato D. E si, forse è vero. C’è una sola persona che può darmi una risposta, ora come ora.
Telefono ad Ale. Perchè non mi hai ancora mandato al diavolo? Ne avresti tutte le ragioni, visto come ti tratto, ma non lo fai. Perchè? Perchè tu per me sei troppo importante, perchè so cosa vuol dire vivere senza di te. Quando tu non ci sei è come se mi mancasse un pezzo. Curioso. La stessa cosa la diceva D. Ci dev’esser stato qualcosa di veramente speciale nella Brixta di 16 anni, peccato solo io non la ricordi. Non ho idea di chi sia la persona di cui mi parlano. Tutto quello che rimane oggi di quella ragazzina complicata è una donna ancora più complicata che non lascia spazi. E’ mancanza di fiducia, dico a me stessa. Non riesco ancora a fidarmi di qualcuno. Se il qualcuno poi è D…
Mi chiedono come mai non mi fidi di lui. Di lui ch’è stato a lungo il mio migliore amico, di lui che mi conosce meglio di quanto potessi immaginare, di lui che mi capisce, di lui che sembra dire sempre la cosa giusta al momento giusto…
Ed è proprio per questo che non mi fido. Ha in mano tutti gli strumenti per distruggermi.
Come abbiamo fatto a ridurci così? Chiedo a Blue. Sogni riposti in mani sbagliate. Sognare e condividere significa fidarsi, la fiducia rende vulnerabili, la vulnerabilità rende fragili. E la fragilità ha paura. La paura ha bisogno di difese. Le difese bloccano la tua emotività e l’intelligenza cerca di ovviare a questa mancanza rifugiandosi nella logica che non lascia spazio alla paura/fragilità/emotività.
Alcuni giorni vorrei solo riuscire ad essere me stessa… A guardare una persona negli occhi e, come scrissi sul diario in quel lontano 1997, dirgli “Abbracciami e non dire niente. Stringimi e basta”

 

Dopo dieci anni – diecifottutianni – mi trovo a farmi le stesse domande, a sentirmi dire cose analoghe.
Sei un magnete, dice J. Non ho niente di magnetico, rispondo io, se non quel qualcosa che calamita nella mia vita persone spostate.
Eppure ancora oggi, così come dieci anni fa, mi trovo con personaggi storici intorno che mi ritengono indelebile seppur inaccessibile; mi scopro a offire fiducia a quella che forse è l’unica persona al mondo a non meritarla affatto; mi stupisco nel desiderare di riuscire solo a esser me stessa, a guardare qualcuno negli occhi e dirgli “Abbracciami e non dire niente. Stringimi e basta”

Gli anni passano.
Uno, cinque, dieci, mille.
E io, certe volte, mi sorprendo a esser ancora la stessa cogliona di sempre…

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Di me e di Hakuna Matata


Posted: luglio 9th, 2015 | Author:
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J è una di quelle persone che incontri un giorno online, ti ci trovi a parlare perchè cugino di un tuo amico, e ti va subito a genio, ti fa ridere, parla poco ma al momento giusto.
Insomma, ti piace a pelle, ammesso che abbia senso l’utilizzo dell’espressione “a pelle” parlando di un contesto virtuale.
Ma tant’è.
J viene portato dal cugino/tuo-amico per fare un match online. Finito quest’ultimo, ognuno per la sua strada e tante care cose.

Dopo un anno o giù di lì, si racimola gente per giocare tutti insieme e, trascinato nuovamente dal cugino, torna anche J.
Si fanno match sporadici, si cazzeggia in tanti, troppi, finchè un giorno il dialogo diventa a due e per una settimana si parla a lungo, di tutto, un giorno si fanno persino le 7 di mattina e, dopo averti detto mille volte “io non parlo mai, perchè ti dico tutte ste cose? Ti odio!”, la conclusione cui giunge J, dopo una settimana di conversazioni, è “sabato sera vengo a trovarti, devo conoscerti.”
Gli ricordi che lui è pigro e che odia guidare ma non importa. Cinque ore di auto per sei ore face to face.

Trascorrete una serata piacevole e solo due giorni dopo trovi il coraggio di dirgli senza mezzi termini “se ti fossi fatto avanti, non mi sarei tirata indietro”, cosa che porta a un chiarimento di intenzioni e a una dichiarazione d’intenti.

J esce da una storia lunga e complicata. Una storia che lo ha danneggiato al punto di non volerne sapere più niente. Al punto di cercare cose semplici, senza pensieri, senza impegno.
Io non esco da niente ma sono io. Quella randagia fin nel midollo che non si lega, che s’innamora mille volte ma non sa amare, quella che non sa coniugare verbi al futuro, quella che ai tramonti negli occhi e alle stelle nel cuore ormai non ci crede più da un pezzo.

Incontro perfetto, no? Ma, per qualche motivo, J non crede che io possa esser il tipo da “booty call” (anche perchè diciamolo, 250km di distanza per una booty call? Seriously?).
“Non ho mai avuto un’amica,” sentenzia solenne, “tu sei la prima donna a esser mia amica e mi piace, e TU mi piaci per motivi che non so spiegarmi, mi piace tutto di te, mi piaci proprio come sei… anche se odio il fatto che tu mi faccia parlare tanto”

Continua a chiedermi se non trovo strano il fatto che noi due si parli tanto e a insinuare ch’io stia perdendo il mio tempo con lui.
J è una buffa persona, una di quelle che ti fa ridere fino a sentire gli addominali tendersi come un elastico pronto a cedere ma al tempo stesso una di quelle con le quali puoi parlare VERAMENTE di tante cose. E non se ne rende nemmeno conto.

La settimana dopo il nostro primo incontro avevo un weekend prenotato con un’amica che, all’ultimo momento, ha avuto un imprevisto di lavoro.
J ha preso il suo posto.
Due giorni in Umbria, fra cascate e km in auto a cantare insieme (noi che non cantiamo mai di fronte a nessuno); fra passeggiate infinite e notti insonni a tirarsi cuscini nel buio; fra libri dimenticati nel B&B e ancora km in auto a cantare per tornare indietro a riprenderli; fra afa irrespirabile sul lago e notte in giro per bancarelle chè “mh… io odio andare in giro per bancarelle, ma con te mi piace persino fare quello…”.
Due giorni in cui si è stati semplicemente bene insieme, conclusi con delle dimostrazioni d’affetto chè “ma non avevi detto di non avere più amore da dare?” e “si ma tu riesci a tirarmi fuori quel poco che è rimasto e ti odio per questo, quindi zitta e fatti abbracciare!”
Due giorni conclusi prima che potesse succedere qualcosa di “complicato”.
Due giorni conclusi con me che lo accompagno a prendere il treno prima di andare a cena da mia nonna per poi ricevere una sua telefonata in cui mi avvisa di averlo perso, il treno.
Due giorni che son diventati tre e che le cose, in un certo senso, le han complicate.
O almeno così pare.
Perchè io davvero non voglio niente più di quello che possiamo strappare a tempo e spazio. Perchè io davvero qui ci sto bene senza se e senza ma. Perchè io davvero non sto cercando niente e sono più randagia di quanto non sia mai stata.
Però lui non sembra crederci e comunque le meningi per cercare il modo di passare questo weekend insieme ce le stiamo spremendo tutti e due e quando suggerisco un timido “e vabè dai, se non si riesce faremo un’altra volta” mi sento rispondere “eh no, col cavolo, io voglio vederti!”

J è stato il primo a preoccuparsi di questa situazione che a me, per brutto che possa sembrare, sembra fatta su misura per quello che (non) vogliamo noi.
Complice una sbronza epocale, per un paio di giorni ha espresso i suoi dilemmi sul “se continuiamo così finiamo con l’innamorarci”.
Chè lui non ci crede al fatto che io ho lo switch e che se anche fosse, si, vabè, ok, e quindi?
Gli ho detto che non capivo il suo bisogno di definire sta cosa e perchè non potesse semplicemente viversi quello che stava succedendo, o sarebbe successo, senza paranoie o senza bisogno di mettere puntini sulle i.
“Se la cosa ti crea problemi,” ho suggerito razionalmente, “possiamo darci un taglio fin da ora così da evitare di correre inutili rischi”.
“A volte” ha ribatutto in modo non altrettanto razionale (forse), “rinunciare a qualcosa per non correre rischi è correre un rischio ancora più grande!!!”

J mi piace. Un sacco. Ha tutte le qualità che apprezzo e ammiro nelle persone.
Ma sono preoccupata? No.
Abbiamo un futuro? No.
La cosa mi crea problemi? No.
Se riusciamo a vederci questo weekend sarò al settimo cielo? Si.

Non mi occorre saper altro.
Non mi occorre altro.

Le cose vanno come devono andare, dice sempre J.
Niente accade per caso, ribatto io.
E infatti non è un caso se, la prima volta che ci siamo incontrati, indossavo la t-shirt “Keep calm and Hakuna Matata”.

It means no worries for the rest of your days
It’s our problem free philosophy, Hakuna Matata

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Di me e di un Closer


Posted: giugno 25th, 2015 | Author:
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Alice: What would my euphemism be?
Dan: She was… disarming.
Alice: That’s not a euphemism.
Dan: Yes, it is.

- Closer (2004)

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DI me e di quella volta in cui (RePost del 2 marzo 2012)


Posted: giugno 24th, 2015 | Author:
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… ho preso un venerdì sera e un tramonto sul lago.
Ho preso una nebbia fitta fitta da non vedere daquialì.
Ho preso la voglia di sperare e sorridere e sognare e giocare e imparare e credere ed emozionarmi e ho preso l’impazienza e la Gioia e messo tutto sopra la stanchezza.
Mi sono ritrovata in un acquerello.
Col cuore leggero e tonnellate di coraggio da vendere.
Sì, coraggio.
Chè non serve altro per avere un cuore leggero.
In altre parole

Soffrirò…
Morirò…
Ma intanto
Sole, vento, vino, trallallà

(Miša Sapego)

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Di Me e dell’Ottimismo


Posted: dicembre 5th, 2014 | Author:
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Sono una persona ottimista.
Punto.
E lo si vede lontano un miglio.
Letteralmente.
Io son quella che, quando il cielo nero che più nero non si può decide di lasciare i rubinetti aperti a tempo indeterminato, passeggia allegra sotto l’ombrello con in testa gli occhiali da sole.

Sono una persona ottimista.
Punto.
E faccio bene.
Ho camminato in lungo e in largo sotto la pioggia scrosciante con gli occhiali da sole in testa.
Durante il viaggio di ritorno da Roma, di nuvole non c’era nemmeno più l’ombra.
Visto?

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Di Me e dei Work in Progress


Posted: maggio 25th, 2014 | Author:
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Mi disturbano le indefinitezze.
Mi piacciono le cose con una propria forma, che abbiano le idee chiare sul cosa e come sono.
Immagino sia per questo che non amo i bambini e i cuccioli.
Che razza di persona è una che non ama i bambini e i cuccioli? Come può qualcuno non amare i cuccioli?

Non fraintendetemi, non è che odi i cuccioli o mi fanno schifo o che so io, semplicemente preferisco un gatto adulto che ha già sviluppato, consolidato e manifestato la sua personalità.
Idem per le persone.
I bambini – tranne alcuni rarissimi casi in cui il soggetto in questione è un’eccezione di quelle OnceInALifetime che hanno un’identità così spiccata da farti innamorare di loro all’istante – sono un enorme work in progress.
E io, con i work in progress, non ci vado daccordo.

Il loro esser una tela bianca, potrebbe argomentare qualcuno parlando dei cuccioli d’uomo, è ciò che li rende tanto interessanti. Potranno essere qualsiasi cosa. Il fascino delle infinite possilibità…
Bella roba.
Sull’attestato di terza media i miei professori scrissero a ognuno di noi studenti un “consiglio” su quale strada poter intraprendere. Alcuni erano piuttosto specifici tipo “ha un futuro da avvocato/medico/insegnante”, altri più generici tipo “è portato per le materie scientifiche”. Nel mio caso scrissero testualmente “può fare qualsiasi cosa”.
Di nuovo, bella roba.

Se alcune persone di fronte allo sconfinato oceano delle possibilità si sentono emozionate e impazienti, alcune altre vengono paralizzate dal peso della scelta.
Soprattutto quelle poliedriche, con milioni di interessi spesso anche discordanti.

Per una che ha sempre amato in egual misura le materie scientifiche e quelle letterarie, anche solo trovarsi a dover scegliere fra liceo classico o scientifico fu un trauma.
Iniziato con il classico e diplomatami allo scientifico, quando s’è trattato di parlare di università il bivio fu fra biologia e lingue orientali, poi diventata storia delle religioni. La stessa cosa proprio eh? Per non parlare delle volte in cui ho immaginato una vita da insegnante o da neurochirurgo, da scrittrice o da proprietaria di un negozio di informatica, da artigiana o da business-woman. Ogni strada che avessi deciso di intraprendere, ne avrebbe escluse inevitabilmente altre millemila altrettanto interessanti, promettenti, emozionanti.

Essere una sintesi di opposti stranamente e bilanciatamente coesistenti è un problema che mi porta a provare grande insofferenza nei confronti di quello che percepisco come indefinito o poco chiaro.
E la cosa ancora più contraddittoria è che io son quella che ha sempre odiato le definizioni, che ha sempre sostenuto che “ciò che mi definisce mi limita”. Eppure è di cose definite che ho bisogno intorno. Di cose/persone con una loro forte e solida personalità e identità. Forse proprio per far fronte alla mia indefinitezza.

Fico, ho appena messo a fuoco un nuovo tratto sul quale dover lavorare.

E via che si riparte col Work in Progress…

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Di me (?) e della vecchiaia


Posted: gennaio 9th, 2014 | Author:
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Mi sono imbattuta – assolutamente per caso – in una foto di Goldie Hawn del 2012 e per poco non cado dalla sedia.
Mi è sempre piaciuta tanto lei, con quell’aria svampita e la faccetta “acqua e sapone”.
Poi te la dimentichi per un decennio e puff, te la ritrovi in versione Versace.

Quando vedo queste cose non posso fare a meno di pensare a quanto sia TRAGICO che nessuno ci insegni più a invecchiare.
Zero vie di mezzo, due sole varianti: da una parte le mummie tirate a lucido per la festa, quegli imbarazzanti mascheroni che cercano disperatamente di far passare degli “ormai” per degli “ancora” e dall’altra quei piagnucolanti fantasmi sfatti, in cerca di compassione, abbandonati e dimenticati prima di tutto da sè stessi che vivono del riflesso della pena che riescono a provocare nel prossimo, come una forma di ricatto.

Dove sono la saggezza, la forza, la “calma dopo la tempesta” propria dell’anziano della tribù? Quello che ha visto tutto, sentito tutto, vissuto tutto e cui gli altri si rivolgono per ottenere una direzione?
Dove sono gli anziani che INSEGNANO che essere dove sono loro (e dove presumibilmente finirai anche tu) non è la cosa peggiore che possa capitare al mondo, ANZI?

Sono LORO che ci fanno temere la vecchiaia. Il terrore di finire in quel modo lì.
Ma è anche vero che di gente con le palle ne è rimasta veramente poca, pochissima. Quelli che son già ombre evanescenti da giovani, cosa vuoi che diventino da vecchi?
Pensandoci, se il mondo funzionasse al contrario, alla Benjamin Button per dire, e vedessi il 90% dei ragazzini nei quali mi imbatto quotidianamente beh, avrei decisamente terrore di ringiovanire e ritrovarmi come loro!!!

Tutto sommato, la vecchiaia con la quale abbiamo a che fare è quella di un’altra generazione, abissalmente diversa dalla nostra.
Sono davvero curiosa (e anche un po’ spaventata onestamente) di vedere come sarà la mia, di generazione, fra un trentennio…
Per ogni aspirante velina c’è una donna consapevole, che ha appeso al chiodo la superficialità, l’ignoranza e il qualunquismo con i quali si cerca da sempre di nutrire le folle e ha cercato una sua strada verso una forma di pensiero critico che le permettesse di mettere in pratica la turbolenta trasformazione da massa a individuo.
Per ogni shoppingomane griffata e consumatrice di McDonald’s accanita c’è un’amante dell’artigianato o del fai da te e coltivatrice dei propri stessi alimenti che guarda alla salute sua e del proprio pianeta.
Per ogni consumista pronta a spendere 400 euro ogni anno per un telefono nuovo che ha un tastino in più rispetto a quello dell’anno precedente, c’è una conservatrice/riciclatrice che si prende cura dei suoi oggetti per ANNI finchè non si distruggono e che, anche quando si distruggono, trova il modo di utilizzarli in modi alternativi.

Forse tutto sommato la nostra, di vecchiaia, qualche speranza in più potrà averla.

Io, nel mio piccolo, aspiro a diventare una di quelle (ormai rare) vecchine che si porta in giro ridendo di tutti i suoi acciacchi, riempiendo le mie giornate con i millemila interessi che da sempre mi appartengono ed essendo un buffo ibrido di saggezza, cazzoneria e leggerezza.
Sogno di arrivarci il più gracefully possibile, con tutte le mie splendide rughe a sottolineare i millemila sorrisi (del resto stica, chè solo dei sorrisi ho intenzione di tener traccia!) che mi ci avranno fatta arrivare.

Ah, le rughe… Non ho MAI capito come qualcuno possa volersi sbarazzare di loro.
Oggi, più che mai, che mi guardo allo specchio e vedo i primi di quelli che vengono chiamati segni d’espressione intorno agli occhi, mi chiedo come qualcuno possa provare il desiderio di spianarli, di cancellarli dal proprio viso estirpando tutto ciò che significano e che rappresentano.
Faccia attenzione, diceva Emily Dickinson, quando prende in mano il coltello, il chirurgo! Sotto quelle incisioni precise e sottili s’agita colei che è sotto accusa: la vita.

Tutte quelle persone che negano o temono l’arrivo della vecchiaia stanno, di fatto, rinnegando la loro stessa esistenza, tutto ciò ch’è stato prima e ciò che sarà (o potrebbe essere se solo lo volessero) dopo.

Di esempi che ci fanno tremare al sol pensiero di invecchiare ne abbiamo tanti, troppi, ovunque.
Quello che auguro a me stessa e alla mia generazione per la nostra vecchiaia comune è, invece, di esser esempi che facciano emozionare al sol pensiero di raggiungerli quei 60-70-80 anni

Come fa questa meraviglia qui che, bellezza sconvolgente a parte, la guardi e pensi


“wow… ma allora è possibile invecchiare cosi?
Con quella semplicità, quel sorriso, quella serenità, quell’espressione consapevole e appagata di accettazione e non rassegnazione,
quella naturalezza, quella luce negli occhi e quell’eleganza graziosa e pulita senza fronzoli e squallore?
Non ne avevo idea!
L’idea di invecchiare non è più così spaventosa.
ANZI
.”

Da bambina guardavo i ragazzi di 15-16 anni e pensavo “wow, non vedo l’ora di avere 16 anni anch’io”.
A 16 pensavo che sarebbe stato favoloso quando ne avessi compiuti 18.
A 18 immaginavo i 30 come qualcosa di WoW.
E queste mie “aspettative” non sono mai state deluse. Mai una volta.
Non che bruciassi tappe o che so io eh, semplicemente immaginavo quell’età come magica per qualche strano motivo, come se avesse in serbo per me qualcosa di preziosissimo.
E così è sempre stato.

Oggi, quando penso che fra sette anni e mezzo avrò quarant’anni, quello che provo è curiosità ed emozione.
Idem pensando ai cinquanta. Idem per i sessanta e così via.

Perchè SO che, qualsiasi età raggiungerò, sarò esattamente come sogno fin da ora di essere, il tipo di persona che da anni mi vado costruendo giorno dopo giorno.
E questo, io, lo trovo entusiasmante.

Ergo è questo l’augurio per il 2014 che rivolgo alla mia generazione (e non solo): di iniziare a diventare fin da oggi il tipo di sessantenne che farà pensare ai trentenni “non vedo l’ora di arrivare alla sua età…”

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Di Me e del Mio Odio nei Confronti del Tempo


Posted: ottobre 20th, 2013 | Author:
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Quando siamo piccoli anche quella famigerata ora prima di poter fare il bagno in mare o in piscina sembra non passare mai.
Se un’ora è lunghissima, un giorno non finisce mai, una settimana è una vita, un mese un’eternità, un anno nemmeno a parlarne.

Crescendo il rapporto con il tempo si stravolge.
Corriamo di qua, corriamo di la e i giorni si rincorrono senza sosta, le settimane ci scivolano di mano diventando mesi senza lasciarci nemmeno il tempo di rendercene conto.

Eh, il tempo.
Lo odio, il tempo.

Odio come vola quando non vorresti che passasse, odio come le lancette dell’orologio restano immobili quando vorresti che fosse già domani, dopodomani o l’anno prossimo…

Il rapporto che ho con il tempo è da sempre uno dei più difficili ma mai prima l’avevo odiato così tanto.
Oggi lo odio per essere passato senza che me ne rendessi conto, per non averlo saputo sfruttare meglio, per avermi dato l’illusione che ce ne sarebbe stato ancora tanto.

Perchè è questo che fa, il tempo. Ti fa scordare di sè, di quanto sia bastardo, di quanto non basti mai, di quanto voli in fretta.

Passa una settimana, poi un mese, poi ti dici ok, lunedì prossimo quando accompagno l’orso all’aereoporto faccio un giro di saluti a Roma.
Lunedì prossimo.
Sembra così vicino, no?
Perchè tanto si, hai tutto il tempo del mondo.

E invece no.

Per quanto si possa esser convinti del contrario, il tempo non c’è. C’è per fare tutto, capiamoci, o quasi. Ma non per rimandare.
Pensare di avere ancora tempo è il più enorme torto che possiamo fare a noi stessi e alle persone che amiamo.
E, ovviamente, lo capiamo quando è troppo tardi.
Quando quel tempo che credevamo di avere ci vien sottratto.

E tu rimani lì, un sabato qualsiasi, con la bocca aperta a ripetere come un disco rotto “lunedì… sarei andata lunedì… volevo andarci dopodomani…”
Ma dopodomani non esiste. Non per le cose importanti. Non per quelle che se tardi un minuto sarà semplicemente troppo tardi.

Lo odio, il tempo.
Lo odio.
E non smetterò mai di odiarlo.
Così come non smetterai mai di mancarmi tu, nonno.

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Di me e del correre. Con o senza i lupi.


Posted: settembre 28th, 2013 | Author:
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Facebook mi bombarda di banner che recitano robe strane tipo “vuoi perdere la pancia? Scopri questo metodo curioso che ti farà perdere 1kg al giorno”.

Ora, fermo restando che se mi mettessero un banner con un costume olimpionico ci cliccherei all’istante mentre su uno come quello sopra citato non ci cliccherei manco se il cursore ci finisse sopra per sbaglio a causa di qualche pelo di gatto (non vi è mai capitato? Che un pelo finisca sotto un mouse ottico e il cursore sparisca chissà dove nello schermo? Eh, beati voi >_>)… dicevo, fermo restando tutto ciò, il proliferare senza limiti di simili banner mi fa capire quanto siano sempre più le persone che vogliono essere “magre” ma NON stare/sentirsi bene.

Ho fatto milioni di diete dall’adolescenza a oggi e MAI, nemmeno quando funzionavano a puntino, mi son sentita bene come quando lo sport e un’alimentazione equilibrata hanno fatto parte della mia quotidianità.
E pensavo a quanto sia triste che si continuino a proporre soluzioni a un problema che non esisterebbe nemmeno più se si ricordasse alle persone quanto faccia stare bene fare tutto ciò che per qualche motivo abbiamo iniziato a considerare troppo noioso/stancante/complicato.
Tutti da ragazzini abbiamo fatto uno o più sport e molti di noi, crescendo, hanno perso questa abitudine per colpa di orari, costi delle palestre/piscine, semplice stanchezza, pigrizia mentale o il famigerato “vorrei, ma non ho tempo…”

Beh, vi giuro sulla mia vita che dedicare quei 40 minuti di Dr. Who a un po’ di attività fisica farà una differenza ABISSALE.
L’energia sarà incredibile, il vostro corpo ringiovanirà diventando sodo, tonico, asciutto e, quello che all’inizio potrebbe essere (anzi, sarà, poco da fare) solo una faticaccia immane, dopo già un paio di settimane diventerà un’abitudine della quale non potrete più fare a meno perchè sia il durante che il dopo vi faranno stare TALMENTE TANTO BENE che quando arriverà la domenica penserete “ooonnnnò, cacchio, oggi la piscina/palestra è chiusa… ok, prendo la bici e mi faccio un’oretta a spasso!” (true story >_>)

Non mi stancherò MAI di rompere le biglie a chi ho intorno perchè venga a nuotare con me, a correre, a pattinare, in bici (Orso preparati chè chiedo a Ciop di prestarci la sua MB, la carichiamo sul treno e ci giriamo tutto il centro di Roma in bici!!! :D ) perchè credo fermamente che l’avversione di molti nei confronti dell’attività fisica sia solo un’abitudine, mentale o non.

Per anni mi son nascosta dietro il “non ho tempo, odio sudare, non ho abbastanza costanza, non mi piace perchè mi fa male tutto durante e dopo ecc”
La verità è che non sono mai arrivata al giro di boa, quello che ti porta dal “mi sto allenando con fatica/dolore/noia” al “mi sto allenando con piacere/divertendomi” ed è QUELLO il solo, unico, vero ostacolo da superare.

Un po’ come un uomo vissuto in una caverna per tutta la sua vita. La prima volta che esce e vede la luce, tutto quello che prova è dolore, accecamento, fastidio… Ma una volta abituato, mi vorreste dire che la fatica e la pena necessarie ad abituarsi alla luce del sole PER QUEI PRIMI MINUTI non varrebbero la pena per un’intera vita di colori?

Un mese. Me lo disse la dolce metà all’inizio. Un mese è quanto occorre perchè una qualsiasi cosa diventi un’abitudine. Per un mese intero, senza sosta, fai quel qualcosa che vorresti diventasse un’abitudine.
L’ho ODIATO, quel mese.
Oggi so che è stato il mese più importante della mia intera esistenza, quello che mi ha cambiata in tutto e per tutto. In quel mese ho aumentato fiato, resistenza, forza. In quel mese son passata dal correre un quarto d’ora rischiando la morte per infarto e con l’occhio sull’orologio pregando che quei 15 minuti passassero il prima possibile al correre un’ora dovendomi fermare SOLO perchè avevo altre cose da fare ed ero costretta a smettere.

Credo sia per questo che mi piacciono tanto i 30 days challenge che girano in rete ultimamente, ti permettono di avere un assaggio di quanto qualcosa di apparentemente impossibile, con la costanza e la pazienza, possa adiventare assolutamente possibile. 
Diciamocelo, quando ho deciso di provare il 30 days squat challenge, mai e poi mai avrei creduto di poter arrivare, dopo soli 30 giorni, a fare 250 squats. 250… mi sembravano un’enormità. E invece l’ho fatto. E senza la benchè minima fatica aggiungerei. Perchè giorno dopo giorno il mio corpo è cambiato. Poco alla volta, impercettibilmente, ma quei muscoli che il primo giorno non volevano saperne di tirarmi su e giu 50 volte di fila, hanno capito che facevo sul serio e si son messi d’impegno. Son cresciuti, si son rafforzati e alla fine mi hanno accompagnata al traguardo senza farmi pentire di aver anche solo pensato di poter fare 250 squat. 

La stessa cosa mi sta succedendo con la piscina. Nuotare è uno sport particolare. Per quanto tu sia allenata, ci sono muscoli che vengono messi in azione che non sapevi nemmeno di avere sotto gli strati di ciccia e, credetemi, quelli i primi tempi si fanno sentire. Quindi dopo 5 vasche (andata e ritorno -> 250 metri) belle spedite con un’attenzione particolare allo stile, alla pulizia dei movimenti, inizi a concederti licenze poetiche trasformando una rana prima perfetta in un rospo con caviglia slogata, spalla lussata, costipazione e singhiozzo cronico. 
Solo adesso, dopo più di due settimane fitte, sto riuscendo a mantenere ritmo/concentrazione/stile per tutti i 1600 metri che – per il momento – riesco a fare in un’ora senza snaturare la mia povera ranocchietta. E vi assicuro che tornare in acqua e sentirsi goffi, per una che ha sempre nuotato bene ed è sempre stata orgogliosa dei suoi stili, è un ENORME colpo all’ego. Ma, al tempo stesso, una gigantesca motivazione. 

Resta il fatto che, stile pulito o meno, distanza/tempo decenti o meno, io durante quell’ora mi sento proprio bene. Ma bene di brutto. Sarà la serotonina, sarà che nuotare prima di tutto mi diverte da morire, così come correre, andare in bici, pattinare e persino sollevare i pesi, perchè mi piace da matti vedere come giorno dopo giorno il mio corpo risponde diversamente alle sfide cui lo sottopongo. Sarà quel che sarà ma se prima durante una domenica pomeriggio di noia e nullafacenza mi sarei messa a guardare qualche episodio di qualche telefilm, ora mi viene da prendere la bici e andarmi a fare un giro. Perchè magari quei 40 minuti di telefilm mi intrattengono e fanno passare il tempo ma quello stesso tempo impiegato per un’attività fisica mi fa sentire bene.

Ciao a tutti, mi chiamo Eleonora, ho 32 anni e soffro di una serissima e incurabile dipendenza da serotonina.

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    Potresti passare una vita a provarci: ma non saresti capace di avere quella leggerezza che hanno loro, alle volte.
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    Alessandro Baricco - Oceano Mare



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